Comprare link e vivere felici

televisore con mano femminile

La compravendita dei link è una delle tecniche ufficialmente deprecate da Google, tanto da essere la prima citata all’interno della scheda ufficiale degli schemi di link riconosciuti. A voler essere fedeli osservanti delle linee guida per la SEO calate dall’alto del Mountain View, il post potrebbe chiudersi qui.

In quanto sperimentatori, artisti, pirati (auto-citando il mio intervento su “Le nuove professioni digitali” ed. Hoepli) non possiamo però esimerci dell’andare oltre, nell’essere eretici: davvero non si possono comprare link e vivere ugualmente felici?

Comprare link fa male

Fa pure ingrassare, avere problemi di erezione e insonnia. Questo è quello che dice Google e ha ragione… nel caso in cui tu vada a comprare link nei peggiori marketplace del Web, i famosi 1000 link al chilo i quali rispecchiano quelli che secondo me sono i punti deboli di una link building riconoscibile e quindi penalizzabile:

  1. Accessibilità: seriamente, chi non ha 5 € per un secchio di link?
  2. Replicabilità: davvero pensi che le stesse risorse che ti linkano così a buon mercato non siano utilizzate per altri N siti? D’altronde a 5 € ad acquisto si chiama economia di scala!
  3. Riconoscibilità: Google non è l’Intelligenza Collettiva dei Tyranids ma non è nemmeno COSI’ stupido da non riconoscere uno schema di link quando ne vede uno. Ecco perché la compravendita dei link è inserita all’interno di quella scheda.

In realtà basterebbe cadere in uno solo dei tre tranelli di cui sopra per rischiare la penalizzazione e dire “si, comprare i link fa male“. Ti ricordi ad esempio del caso di Teliad? Non si trattava di link propriamente accessibili o facilmente replicabili (ci stavano molto attenti) ma, data la grandezza del network, alla fine si sono rivelati riconoscibili, seppure a un intervento manuale mirato (e quindi non algoritmico, cosa che fa capire a che punto è realmente Google).

Comprare link fa bene

Cerco di ribaltare la visione della cosa, un po’ come fatto con i link sitewide. Ora, consideriamo ad esempio di comprare un link da un portale autorevole – perché lo fanno, oh se lo fanno – non specializzato in questa pratica ma magari un portale editoriale che, oltre le consuete fonti di guadagno quali pubblicità etc., permetta di mettere un banner con link dofollow al proprio sito o venda pubbliredazionali.

In linea teorica stiamo sempre infrangendo le linee guida ma ti chiedo: Google ha il controllo del tuo conto corrente (o non ancora almeno)? Ha interesse di impiegare risorse – perché ad avercele ce le ha – nel beccare alcuni sparuti link che non sono riconducibili a uno schema preciso (problema di cui sopra)?

Se i link che hai comprato sono:

  1. Dispendiosi: 1000 link 5 € se lo possono permettere tutti, ma quanti possono investire per 1 link 700 €?
  2. Unici: con l’imbuto economico più stretto, va da sé che i siti linkati sono davvero di meno.
  3. Esclusivi: sei all’interno di un club, ragazzo, e i soci sono riservati.

Allora non dovresti avere problemi di sorta. Aggiungo un quarto punto:

  • Veicolanti traffico: Non solo ti danno valore lato SEO ma fanno passare utenti dal sito linkante al tuo, caratteristica che il 95% dei link comprati non hanno, e fanno apparire il tuo come DAVVERO naturale.

Questo è davvero importante, perché giustifica il prezzo che andresti a pagare: non stai investendo su un trick algoritmico che lascia il tempo che trova ma su un ponte fra due portali, insomma stai comprando un modulo per l’iperspazio al tuo sito!

E tu cosa ne pensi? La compravendita dei link è da evitare assolutamente oppure dormi sonni tranquilli?


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Comprare link come al mercato è il male, trovare un modo di far finire casualmente un link in un contesto pertinente con tanto di valore aggiunto per chi legge, è un sacrosanto diritto commerciale legato al marketing, che va oltre le logiche di posizionamento. Su questo, Google deve farsene una ragione.

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Concordo 🙂

Ma IMHO deve mostrare i muscoli quantomeno per scelta aziendale del proprio prodotto-MdR 🙂

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